Storie curiose di Firenze

Il libro contiene tutto questo, ed altro: le centodieci foto all’interno, rigorosamente scattate da punti accessibili a tutti, mostrano le tappe obbligate, insomma i grandi classici di una visita a Firenze, ma anche alcune “perle”, realtà più appartate e lontane dalle comuni rotte dei turisti; i testi poi “fotografano” una Firenze meno conosciuta e più curiosa, scavano a fondo per arricchire l’immagine di museo a cielo aperto che comunemente si ha di questa città. Abbiamo provato così a proporre una Firenze davvero viva, non più la solita cartolina romantica ma bidimensionale, e a ricostruirne l’atmosfera di tutti i giorni: perché l’occhio ovviamente vuole la sua parte quando si passeggia per le sale della Galleria degli Uffizi, ma tendere l’orecchio alle voci che popolano i mercati, respirare l’odore di carne grigliata per le strade del centro, e gustare i sapori della gastronomia fiorentina possono essere esperienze altrettanto sorprendenti. Questo libro accoglie frammenti di storia e di vita fiorentina, curiosità, aneddoti, modi di dire e tradizioni, racconta le impressioni di chi nei secoli ha vissuto qui o ci è solo passato, e prova a rendere davvero giustizia alla meraviglia di Firenze e alle sue tante anime: quella geniale che ad ogni angolo regala qualche tesoro artistico, quella un po’ ripiegata su se stessa che si compiace della propria gloria passata, quella accogliente degli angoli più popolari e quella narcisista ma anche sempre autoironica.

(Da Firenze, The ultimate guide with untold stories and secrets of Florence)


PITTURA DI PIETRA

Opificio delle Pietre Dure,Via Alfani, 78
Scarpelli Mosaici, Via Ricasoli, 59 R

C’è un mondo da scoprire dietro l’Opificio delle Pietre Dure, voluto da Ferdinando I nel 1588 per la realizzazione di arredi e decorazioni in piccole pietre. Qui sono nati i “commessi” fiorentini, i mosaici, il cui nome deriva dall’azione di “commettere”, cioè ‘unire i singoli tasselli’ a comporre il disegno. L’Opificio ha continuato la sua attività anche sotto i Lorena fino a divenire, a fine Ottocento, un’eccellenza italiana in fatto di manutenzione e restauro di ogni tipologia di opere d’arte, tanto da aprire nel 1978 una prestigiosa scuola quinquennale. Dipinti, arazzi, manoscritti, ceramiche e oggetti di oreficeria arrivano da tutto il mondo nelle sedi della Fortezza da Basso e di Palazzo Vecchio, per essere curati dalle attente mani dei restauratori, mentre la stagione più antica dell’istituto può essere ripercorsa nel museo di Via Alfani (antica sede, dove oggi si trovano la scuola di restauro e la biblioteca), che mostra antiche creazioni e tecniche di lavorazione.

In bilico tra l’ispirazione dell’artista e la precisione certosina dell’artigiano, lavorano in Via Ricasoli, nella bottega aperta al pubblico, Renzo Scarpelli e la sua famiglia, assoluti maestri mosaicisti a Firenze. Il loro affascinante archivio di pietre è il risultato di interi giorni trascorsi tra i sassi alla ricerca della giusta sfumatura di colore che può offrire la natura. Raccolte con pazienza, tutte le pietre vengono tagliate di uno spessore di due o tre millimetri con una tecnica secolare che prevede l’uso di un fil di ferro; come fossero singole pennellate, i tasselli vengono accostati tra loro, e tenuti insieme con colla proveniente da cera d’api e resina. I mosaici hanno poi bisogno di un’ultima limatura per divenire altri pezzi della pluridecennale arte di Scarpelli, unica nella grande tradizione artigianale fiorentina.


L’ALTRA PALLA DI FIRENZE

Calcio Storico Fiorentino, Piazza Santa Croce

Nella coscienza dei fiorentini è vivo il ricordo di una partita di calcio giocata il 17 febbraio 1530, organizzata dalla Repubblica fiorentina in risposta all’assedio di Carlo V. Dal 1930 (dopo quasi due secoli di silenzio) nel mese di giugno Piazza Santa Croce diventa un’arena ed ospita il torneo del Calcio storico (o “in costume”): in pantaloni e calzature del XVI secolo, i “calcianti” delle quattro squadre, ognuna rappresentante di un quartiere della città, si sfidano in match di 50 minuti per fare più “cacce” possibili, i punti che si realizzano quando la palla centra la rete avversaria. Lo scontro tra i corpi è quasi epico, duro ma leale, tra sabbia, fango e sangue (da molti è considerato lo “sport” più violento del mondo)... In ballo c’è la supremazia di un quartiere sugli altri e lo storico premio: una vitella bianca di razza chianina, che sfila nel corteo del 24 giugno (giorno della finale). Comunque vada, a fine partita si depongono le armi e si festeggia Firenze.


L’OASI CHE NON TI ASPETTI

Piazza della Passera

Merita almeno una sosta sulle sue panchine e una cena in una delle sue trattorie la graziosa Piazza della Passera, esclusa dalle classiche rotte dei turisti, ma a due passi da Palazzo Pitti. Questo piccolo spazio triangolare, nato dall’intersezione di tre strettissimi vicoli nel “labirinto” dell’Oltrarno (Sprone, Toscanella e Vellutini), è uno degli angoli più vivaci e autentici della città, e soprattutto nelle serate estive si anima con musica dal vivo ed eventi culturali. Il suo nome, da sempre di uso popolare e divenuto ufficiale solo nel 2005 (in sostituzione di Piazza Sapiti), è un classico esempio di ironia fiorentina: la zona nel Cinquecento era nota per essere sede di bordelli (uno dei quali pare fosse frequentato addirittura da Cosimo I de’ Medici) e veniva comunemente chiamata “passera”, nome che a Firenze è usato per riferirsi all’organo genitale femminile…


LA “CICCIA” DI FIRENZE

Bistecca alla fiorentina

«Sotto quattro dita è carpaccio». Con un po’ di ironia (ma neanche troppa) i fiorentini hanno stilato una serie di regole ferree per chi voglia cucinare o solo mangiare questo mostro sacro della loro cucina, che riempie le strade del centro col suo profumo. La bistecca, non più per forza di razza chianina ma anche della francese limousine, non è sottile e non è ben cotta: immacolata, senza condimento e senza buchi, deve riposare sulla brace cinque minuti per lato, e per altri cinque deve alzarsi “in piedi” sull’osso a forma di T che la divide in due; la carne sarà rossa all’interno, calda ma non proprio cotta. Ed è pronta così, con l’aggiunta di un pizzico di sale grosso. Dopo la cottura e senza osso una bistecca per tre equivale a circa 1 kg e 600 g di pura libidine. L’osso non è da buttare: spolpatelo fino all’ultimo saporito pezzetto di carne che resta attaccato, nessuno si scandalizzerà.